Segretariato Missioni Estere Cappuccini Puglia Onlus

Il Segretariato

Carissimi, i frati cappuccini della Puglia vivono da diversi anni al fianco delle popolazioni Mozambicana e Albanese.

 

In Mozambico

Il 4 Maggio 1951 il primo gruppo di missionari , 5 sacerdoti e tre fratelli toccavano le terre Mozambicane della Zambesia. Era incominciata l'avventura missionaria dei cappuccini Pugliesi in questa terra lontana. In questi lungi anni i nostri missionari hanno saputo fare loro “le gioie e le speranze, le angosce e le tristezze di un popolo.

La gente mozambicana, in questo arco di tempo, hanno sofferto l'ingiustizia del colonialismo, la guerra dell'indipendenza, l' inumana ideologia marxista-leninista ed infine la tragica ed inutile guerra civile, causata da questa scelta politica. Tra gli anni 70 e l'inizio degli anni '90 valutazioni internazionali parlano di 400 000 morti di guerra, di fame o di mancanza di cure sanitarie; 2 milioni di rifugiati nei paesi vicini e 4 milioni di fuggiaschi sempre minacciati dalla carestia. Le varie fasi della storia di questi anni hanno visto sempre i missionari dalla parte del popolo.

 

Missione in Albania

Era l’8 agosto 1991, quando la Vlora arriva al porto di Bari, trasportando ben 20.000 persone. Una nave carica di zucchero, ma anche di sogni e speranze.

La nave dolce” è il racconto di un’epoca e di un cambiamento storico per tutta l’Europa. Non fu certo il primo sbarco, ma probabilmente quello che rimase più impresso nella memoria collettiva. 2o.ooo persone, prima assalirono la Vlora costringendo il capitano Halim Milaqi a fare rotta verso l’Italia, poi, nonostante l’avaria al motore e la collisione scampata, arrivarono in Italia festanti, urlando “Italia, Italia” e facendo il segno di vittoria con le dita. Ma i sogni si infransero in fretta. Lo sbarco della Vlora, infatti, viene ricordato anche come il primo respingimento di massa in Italia. In molti furono costretti a rimpatriare, dopo essere stati “ospitati” nello stadio della Vittoria, chiusi come in una grande gabbia.

E mentre tanti Albanesi scappavano dalla loro terra, noi frati comprammo un biglietto di sola andata verso la terra delle Aquile

“L'8 settembre 1993 sono partito in Albania per due motivi importi: definire il luogo per impiantare la nostra missione e iniziare ad imparare la lingua. Questo viaggio di un mese l'ho posto sotto il patrocinio della Vergine Maria, invocata in Albania Madre del Buon Consiglio. A lei ho chiesto aiuto in questo cammino di ricerca”

 Fra Sergio La Forgia

 

Da quel momento abbiamo camminato con la gente, imparato la loro lingua, sostenuto e accolto i poveri. Nei nostri conventi e chiese abbiamo dato ospitalità ai profughi che scappavano da Kossovo nel 1999, martoriato dalla guerra civile. Abbiamo aperto una piccola per gli Zinzari, alla periferia di Scutari. Costruito un piccolo ospedale, luoghi di culto nei villaggi di Nenshat, Dheu lehte e Hajmel. Siamo presenti nei villaggi sperduti di montagna nella regione di Puka e a Dukagjin dove non esiste né stato né strade..........

Abbiamo donato gratuitamente la nostra vita e condiviso la provvidenza che il Buon Dio ci ha messo nelle mani e continueremo a farlo...........

Il Segretariato Missioni Estere nasce proprio come supporto alle suddette missioni che hanno continuamente bisogno di essere sostenute. Il Segretariato missionario è composto da frati e collaboratori laici che svolgono a tempo pieno il loro lavoro nell’ufficio e si rendono utili per le varie attività di animazione missionaria. Attorno ruotano anche tanti amici e benefattori che ciascuno a suo modo offre tempo e passione per lo svolgimento delle attività missionarie.

Il servizio delle missioni consiste principalmente nella sensibilizzazione al problema missionario con l’annuncio del vangelo e la raccolta fondi per mantenere e incrementare le opere sociali e umanitarie.

E’ un’attività che richiede molto tempo, passione e dedizione, tuttavia come afferma l’apostolo Paolo è “l’amore del Cristo che ci spinge” (2 Cor 5,14) ed è Gesù stesso che invia i suoi discepoli di ieri e di oggi: “Andate in tutto il mondo ed annunciate il vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15).

Fra Antonio Imperato

 

20 anni di missione dei cappuccini in Albania

Intervista con uno dei primi missionari nella terra albanese, dali' inizio fino ad oggi.

  1. La prima volta in Albania. Quando, come e perchè?

 

Parlare della prima volta che sono arrivato qua è molto emozionante. Dell’Albania sapevo poco o niente. Sono arrivato qui per prima volta nel 1991, dopo lo sbarco in massa degli immigrati dall’Albania in Italia. Prima di tutto era un desiderio personale vedere un posto geograficamente molto vicino ma che rimaneva un mistero per tutti noi. Il primo scopo della venuta in Albania era di incontrare i preti sopravvissuti al regime e vedere che cosa si poteva fare, come aiutarli.

 

  1. Cosa aspettavi e cosa hai trovato?

 

Dell’Albania sapevamo proprio poco. Non mi aspettavo molto, almeno riuscire a incontrare i preti rimasti. In realtà ne abbiamo incontrati molto pochi, perché durante la dittatura comunista di Henver molti di loro erano stati fucilati, altri morti in galera, altri ancora trucidati e decimati dai lavori forzati, e altri erano praticamente impazziti a causa le torture subite. L'Albania era una terra in una situazione di transizione dinamica e violenta, offriva solo instabilità e insicurezza, tantissima povertà, miseria. Non esistevano strade, non c'era corrente elettrica. Non funzionava niente! Le poche chiese erano diventate depositi e stalle delle cooperative, strutture sportive. In questa situazione è emerso forse il valore più nobile degli albanesi: l’ospitalità. Siamo stati ospitati in ogni casa, in ogni villaggio, da tutti quelli con i quali siamo entrati in contatto. E questo è stato veramente un grande aiuto per noi. Ma la nostra più grande scoperta è stata toccare con mano che la gente voleva pregare, voleva professare liberamente la sua fede. Ci chiedevano di Dio, i sacramenti. Pensate: e se qualcuno veniva scoperto a pregare poteva essere addirittura ucciso, incolpato dal regime di essere una spia del Vaticano e veniva così deportato in paesi lontani dalla tua terra

 

  1. Quando era difficile e che difficoltà avete incontrato?

 

All’inizio fu molto difficile. Non conoscevamo la lingua, non c’erano negozi, non si riusciva a comprare niente. Altro problema era viaggiare, sia per arrivare dall’Italia e sia per muoversi nei diversi post . Per ritornare in Italia spesso andavamo in Montenegro, perchè il porto di Durazzo spesso non funzionava. AI principio siamo stati a Tirana presso un frate adesso morto. Zef pllumi è stato testimone di quello che il regime aveva fatto alla chiesa e alla religione. In seguito siamo stati anche dai gesuiti, sempre a Tirana, dove avevano iniziato una missione in una chiesa del “Sacro Cuore”. Per i primi 2 anni ancora non ci fu una presenza stabile cappuccina in Albania.

 

  1. perchè avete scelto Nenshat come primo insediamento?

 

Questo è successo nel 1993 con l’arrivo di un altro frate, p. Sergio Laforgia, insieme con il Segretario della missione della Provincia Cappuccina. PSergio per un anno è stato ospite di un prete in un altro villaggio della zona, anche lui ben conosciuto dalla gente del Don Injac. Nel 1994, su suggerimento di questo prete, p. Sergio decide di comprare una vecchia caserma ormai abbandonata. Nenshat nella storia religiosa della zona è stata molto importante perchè è stato il centro della diocesi di Sapa, dove aveva sede anche l’episcopio, prima della chiusura della chiese.

 

  1. Come era organizzato il lavoro missionario?

 

A Tirana per un anno abbiamo portato avanti una catechesi nella chiesa dei gesuiti. Poi con la nostra presenza a Nenshat ci siamo occupati dei villagi della zona, Nenshat, Hajmel e Dheu’Lehte.

 

Abbiamo iniziato a restaurare la canonica di Nenshat e una struttura dove abbiamo cominciato a celebrare. A Hajmel si celebrava i una struttura utilizzata come teatro, mentre a Dheu- Lehte si celebrava nella scuola elementare.

 

Intanto abbiamo cominciato i lavori per la costruzione di una chiesa ad Hajmel e Dheu-Lehte. In questa zona operava sopratutto P. Sergio; io sono stato parroco fino al 2003 di Lac Vau- Dejes, una piccola città che poi è diventata il centro della diocesi di Sapa. Anche qui abbiamo costruito la canonica e una chiesa. Adesso è diventata la sede del vesvovo . Un altro posto dove siamo stati presenti è stato Tarabosh, una zona periferica della città di Scutari. In questa zona nel 1998 si è costruita la scuola per i zingari che continua a funzionare anche oggi.

 

Un’aspetto molto importante del nostro operato è stata la missione sulle montagne. Le genti delle montagne albanesi, storicamente abitate da una popolazione di religione cattolica, avevano bisogno di una nuova evangelizzazione.

 

Noi siamo andati nei diversi villaggi, a Puka, a Gojan, Gjegjan, Kimez, Kalivar. Anche in questi villaggi abbiamo iniziato a visitare la gente, le famiglie disperse sulle montagne. Con l'aiuto e il coinvolgimento dei cristiani abbiamo costruito piccole e semplici chiese, dove la gente si poteva riunire, pregare insieme e discutere dei problemi del villaggio. Iniziava così una piccola socializzazione, ritenuta un pericolo dal regime.

 

  1. Adesso che sei ritornato dopo tanti anni cosa trovi di cambiato e cosa è rimasto uguale?

 

Tante cose sono cambiate. Durante tutto il tempo che sono stato in questa terra, ho potuto osservare un fenomeno: l’Albania è cresciuta. E questo oggi lo posso vedere dappertutto. Però voglio ricordare due momenti molto difficili che hanno interessato l’Albania e noi tutti. Il primo , la crisi del 1997, un anno che nella storia dell’Albania adesso rappresenta forse l’anno che non doveva venire mai.

 

Il secondo momento è stato la crisi del Kosovo, dove quasi 1 milione di kosovari sono stati cacciati dalle loro case e sono entrati in Albania. E anche in queste situazioni l’Albania ha continuato a crescere e a ricostruire. Qualche volta una situazione difficile fa emergere i valori di un popolo, e io penso che il popolo albanese è stato e continua ad essere molto pacifico.

 

  1. Adesso come va avanti il lavoro missionario?

 

Quando sono ritornato nel 2012, ho continuato quello che facevano prima p. Sergio e poi p .Prela, il primo sacerdote albanese cappuccino.

 

Adesso noi ci occupiamo in 3 villaggi della celebrazione eucaristica, delle attività con i giovani, organizziamo insieme ai collaboratori il catechismo, la legio maria e i corsi pre-matrimoniali.

 

Durante tutto il tempo della nostra presenza tra la gente abbiamo avvertito la necessità della chiesa, in tutte le sue dimensioni.

 

Siamo presenti nella vita di questa gente, portando l'aiuto necessario ai loro bisogni, perciò sempre ci ringraziano e benedicono il nostro lavoro.

 

Anche i più anziani dicono che con la costruzione delle chiese si è riacquistata un’identità; e ci sentiamo spesso ripetere : “adesso siamo un vero villaggio” !

 

Adesso abbiamo tre frati albanesi Fra Gjon, p. Prela e fra Land, ancora studente a Campobasso . Sono la testimonianza della fede cristiana del popolo e poi sono quelli che lavorano molto per continuare quello che noi frati della Puglia abbiamo iniziato.

 

L'arrivo in Mozambico

Preistoria di una vocazione e di una missione

 

di P. Marcello Bavaro
Elaborato e redatto da Fra Francesco Monticchio

 

 

(Da uno scritto inedito di P. Marcello Bavaro dal titolo: “Memorie dei primi anni – Vita vissuta nella nostra Missione della Zambézia Inferiore - Mozambico”.
Il titolo è più ampio del contenuto reale del dattiloscritto, che non va oltre i primi mesi di permanenza in Africa o meglio, nella Missione della Zambézia Inferiore.
Le intenzioni di P. Marcello, tornato in Italia dal Mozambico nel settembre del 1979, erano più vaste quando si decise di trascrivere gli appunti del suo diario sui primi anni della missione. Erano contenuti in tre voluminosi quaderni dalla copertina nera e bordi in rosso, come si usavano negli anni ’50 del secolo scorso.
Personalmente ho avuto il regalo da P. Marcello di vedere uno di questi quaderni e di leggerne il titolo: “Storia di una colonia infame” (chissà poi perchè questo titolo!) . << Il resto, mi disse, non lo ha mai letto nessuno. Tu ne conoscerai il contenuto attraverso quello che trascriverò>>.
Impiegò gli ultimi due anni della sua vita per elaborare, a varie riprese, quella che si potrebbe chiamare la prima parte, divisa in due sezioni -80 fitte pagine- e cioè quanto ci ha lasciato nel dattiloscritto, che mi aveva consegnato qualche mese prima della sua morte avvenuta il primo luglio del 1998 .
La seconda parte, forse la più importante, è rimasta per sempre nei quaderni dalla copertina nera e bordo rosso. Rosso… come la fiammata che li incenerì!
Ecco perché il nuovo titolo: Preistoria di una Vocazione e di una Missione.
Redigere ed elaborare uno scritto di P. Marcello, non è cosa facile, specialmente quando vuoi tentare di essere fedele non solo al testo ma anche all’anima con cui è stato scritto.
P. Marcello quando scriveva, si lasciava portare dal turbinio dei ricordi e delle emozioni. Qualche volta è stato necessario prendere qualcosa di qua e qualcosa di là, cambiare l’ordine e la disposizione delle cose buttate fuori a valanga e ricucire tutto con interventi redazionali.
P. Marcello non me ne vorrà… e neppure i lettori se, per rendere leggibile il contenuto, il testo è stato ri-letto).
Fra Francesco Monticchio

 

La preistoria

 

Scriverò in prima persona queste mie “Memorie dei primi anni - Vita vissuta dalla nostra missione della Zambézia Inferiore-Mozambico”.
Sono nato a Giovinazzo – Ba, classe 1920.
A 12 anni, mia madre mi accompagnò al Seminario Serafico di Barletta.
Ci accolse il superiore P. Giuseppe da Ceglie del Campo. Ancora nella foresteria del convento mi chiese:
Perché vieni in Seminario?
Gli risposi secco:
Per andare in missione.
Ed egli, parlando tra barba e baffi:
La nostra Provincia non ha ancora una Missione. Forse quando sarai grande tu…
E furono parole profetiche!
Si compirono il 28 Ottobre 1950, data della mia partenza per il Mozambico, col primo gruppo di missionari cappuccini pugliesi.

 

Durante il Noviziato , il maestro ci diede una forte animazione missionaria. Cosa che ci portammo nell’anima durante lo studentato.
Il maggiore animatore dell’idea missionaria fu fra Salvatore Procacci da Corato che ci comunicò una grande spinta ed entusiasmo. E noi, fondando nel nostro studentato l’Associazione Missionaria dei giovani frati Cappuccini la Divina Pastora, voluta dal cappuccino Beato Diego da Cadice, lo eleggemmo presidente.
Preparammo l’inno missionario: A te Diva dell’Apulo suolo con testi di P. Agostino da Triggiano e musica del nostro collega e grande musicista Fra Pasquale da Lecce.

 

Ordinati sacerdoti , fummo sparpagliati per i vari conventi della Provincia e lo spirito missionario si affievolì. Per tre anni il fuoco covò sotto la cenere del nostro apostolato conventuale.
Nel 1948 ero vice direttore del Seminario a Barletta, quando i Superiori chiesero alla Curia Generale dell’Ordine l’affidamento di una Missione. Ci fu proposto di andare in Colombia.
La notizia fece il giro dei frati e non fu accolta con molta esultanza.

 

Ma il 16/11/48 scriveva al P. Generale, il grande vescovo Dom Sebastião Soares de Resende, della diocesi di Beira in Mozambico, chiedendo di rafforzare la presenza Cappuccina nella sua diocesi.
L’ anno prima aveva ottenuto un primo gruppo di Cappuccini provenienti dalla Provincia di Trento a cui aveva affidato la regione della Zambézia Centrale. A noi Pugliesi avrebbe affidato quella confinante, più a sud, della Zambézia Inferiore.
(N.d.R. Il Vescovo Dom Sebastiano de Resende, erigendo l’attuale Missione della Zambézia Inferiore e definendone i nuovi confini segnati a sud-est dal fiume Zambesi, e a nord-ovest dagli attuali distretti di Milange, Mocuba e Namacurra, delimitava ed estingueva, pur conservandone il nome, l’antica e gloriosa “Missio Zambéziae Inferioris” creata dai Gesuiti nel 1881 che comprendeva un vastissimo territorio tra cui quella della Missione di S. Francesco Saverio di Mopeia, la residenza parrocchiale di Quelimane, e le missioni di Coalane, Boroma, Angonia, Chupanga e Miruru.
Sollecitato da fra Clemente Neubauer da Milwaukee, Ministro Generale dell’Ordine, il nostro Provinciale, P. Guglielmo Napolitano da Barletta, accettava la richiesta il 19/12/48.
E fu cosi che, da quel giorno, la Zambézia Inferiore divenne la nostra missione.
E noi ancora la amiamo!

 

Animazione Missionaria

 

L’accettazione definitiva della Missione promosse una vera e propria primavera missionaria nella nostra Provincia. Merito del Provinciale P. Guglielmo da Barletta e dei suoi consiglieri, ma anche di tanti frati che aspettavano questo evento per manifestare apertamente la loro vocazione missionaria.
Nella nostra Provincia mancava una cultura missionaria, ma non erano mancate le vocazioni missionarie. Molti frati avevano fatto domande ma solo uno l’aveva spuntata: fra Isidoro Leone da Salice Salentino a cui era stato concesso di partire per l’Etiopia con i Cappuccini della Provincia di Genova. Dopo la sconfitta degli italiani in Etiopia, fu rimpatriato dagli inglesi. E quando, nel 1947, i Cappuccini di Trento andarono in Mozambico, chiese ed ottenne di partire con loro.

 

Nel contesto delle iniziative di sensibilizzazione, il Provinciale promosse incontri e dialoghi con tutti frati. Ciò creò in noi un’animazione particolare e nuova, mai avvertita in relazione ad altri eventi provinciali. Qualche volta si sentiva una certa superficialità nella proposta. Qualcuno percepiva la missione in uno stato molto nebuloso quasi un’avventura, un turismo, un atto goliardico…
Altri bruciavano per l’istanza evangelica: Andate per il mondo intero, annunziate…
E cominciarono a porsi il problema di chiedere l’obbedienza per partire.
In molti serpeggiava una sottile e allegra ironia, uno ‘sfottò’, condito di un certo qual rispetto e per fino, di un pizzico di invidia per chi si offriva per partire.
Nonostante l’ilarità e le parole, però, c’era un senso di grande soddisfazione perché avevamo una missione, entravamo anche noi nel numero delle province missionarie, ci sentivamo crescere dentro…
Certo è che in giro di pochi giorni 5 sacerdoti e 2 fratelli si offrirono per dare vita alla Missione della Zambézia Inferiore. Mancava ancora un sacerdote ed un fratello per completare il numero di missionari richiesti dal Vescovo. E dunque, caccia serrata per angariare gli ultimi due!

 

Padre Marcello, poverello, impacchettato… va in missione!

 

Gennaio 1949 . Esercizi spirituali. Primo turno per i giovani frati. Tema di riflessione: la missione. Grande interesse. Forti emozioni.
Ma per quanto mi riguardava non me la sentivo di correre questa avventura. Anzi io ero tra quelli che ironizzavano sui coraggiosi firmatari e li chiamavo ‘ i Zanzibar’!
Tutti lo sapevano: era tempo sprecato parlare con me!
Erano con me al ritiro P. Felice da Triggiano e P. Giovanni da Palo. Ci mettemmo d’accordo che ritornando a Bari, ci saremmo fermati a Giovinazzo da mia zia Carmela per farci una bella zuppa di pesce, a casa sua. Allora non era facile dare una curva al percorso obbligato del viaggio. Occorreva il permesso del Provinciale. Mi presi io il fastidio di parlarne con lui. E cercavo il momento opportuno.

 

Un giorno vidi il Provinciale , dopo la recita dell’ora media, infilarsi allegro e veloce nella sua stanza prima di scendere a pranzo. Pensai: ecco l’ora giusta per cucinare il provinciale nei pochi minuti disponibili. Gli corsi dietro e mi intrufolai nella sua stanza.
Lui mi fa:
Cosa vuoi?
Gli rispondo a battuta di caccia e chiedo l’ubbidienza per i tre. E lui (fulmine a ciel sereno… lo sentivo dentro, chissà perché!):
Mi sei venuto a tiro al tempo giusto. Ascolta! Te la senti di andare in AFRICA?
Ed io secco, pensando, felice, alla zuppa di pesce che avrei mangiato con gli amici:
L’Africa? Non m’interessa!
Ribatte:
Tu… vai in Africa!
Ed io di nuovo:
No! Un bel no, secco e rotondo!
Ritorna:
E… se io ti ci mando?
Beh!…, se tu mi mandi, io… ci vado di buon grado e di buon cuore! Ma… dovrei fare la domanda per iscritto?
Risponde:
Non c’è bisogno che tu scriva nulla. Basto io per questo!
Suonò il campanello per il pranzo… e P. Marcello, poverello, andò a pranzo impacchettato per la missione.
Quella notte sognai lo Zambesi! Un fiume grande, largo, sereno, acque di pace, da cui bevevo a pieni sorsi!
Da quel giorno divenni missionario!

 

28 Ottobre 1950

 

P. Pompilio Ancora da Campi, (33 anni di età, il più anziano di tutti, designato perciò superiore di viaggio),P. Roberto Rizzi da Barletta, Fra Giuseppe Gaudioso da Mola, Fra Silvestro Topputi da Cerignola, P. Anselmo Allegretti da Monopoli, P. Giocondo Pagliara da Campi, Fra Pasquale Piazzolla da Barletta, P. Renato Greco da Castrignano (già a Roma per studiare Missiologia alla Gregoriana) ed io, P. Marcello Bavaro da Giovinazzo: questa era la squadra decisa a giocarsi tutto nella sfida col Mozambico!

 

Cominciammo far gruppo nei frenetici preparativi: il passaporto, la richiesta per il visto di entrata per il Mozambico al governo di Lisbona, raccolta di materiale, offerte, il giro dei nostri conventi, casse e bagagli, cose necessarie e inutili, tutto impacchettato.
Quando tutto fu pronto, mancava la cosa più importante: il visto.
Nell’attesa il Provinciale ci fece la solenne consegna del crocifisso, segno della missione apostolica. Emozioni del mandato!
Ma del visto neppure l’ombra. Ci sentivamo missionari falliti, come ci caratterizzavano gli allegri e gli ironici!
Ci mancava solo l’incidente a P. Roberto (che gli impedì di partire) per buttarci sotto zero!
Era il fallimento! Valigie, pacchi, baracca e burattini furono accantonati in tettoia con i nostri sogni! Mentre noi riprendevamo la lenta realtà della normale vita conventuale!
Passavano inesorabili i mesi.
Quando tutto taceva e nessuno sognava il segno della partenza, arrivò la grande notizia:
il 28 Ottobre si parte!

 

Il lungo viaggio

 

L’arrivo dell’autobus alle porte del convento di via Abbrescia di Bari, il movimento di tanti confratelli che erano venuti a salutarci, gli animatori missionari (allora si chiamavano zelatrici e zelatori) e i fratelli e sorelle terziari che ci accompagnavano fino a Roma per partecipare alla proclamazione del dogma della Assunzione della Vergine Maria al cielo, ci dava la sensazione che tutto era arrivato ad un punto di non ritorno. Cominciava il lungo viaggio.
Dopo la celebrazione in Piazza S. Pietro andammo a salutare il nostro futuro vescovo, Dom Sebastião Soares de Resende, venuto a Roma insieme al Cardinale Teodósio Clemente Gouveia, arcivescovo della capitale del Mozambico, allora chiamata Lourenço Marques, oggi Maputo. Non ci aspettavano. Rimasero sorpresi e contenti.
Il Cardinale commentò, guardando noi e il vescovo di Beira:
Siete il più bel regalo al Mozambico della Madonna Assunta in cielo, nel giorno della sua festa!
Buon auspicio e grande consolazione per noi!
A festa finita, l’autobus si portò via per il loro destino gli amici che ci avevano accompagnato e noi ci incamminammo per il nostro.

 

Il P. Generale, al nostro primo incontro con lui, ci accolse con grande simpatia e ci parlò con dolcezza e severità. Ci diede coraggio e ci esortò ad essere fedeli all’Ordine e alla nostra coscienza. Si meravigliò della nostra giovane età e si lamentò che la Provincia non avesse mandato frati più attempati e maturi.
Il secondo a riceverci fu P. Tiziano, Segretario Generale delle Missioni. Fu molto pratico e concreto. Ci indicò la via dell’unità e dell’intesa fraterna tra di noi. E, come punto di partenza scelse l’economia:
Mettete in comune i vostri risparmi e le offerte che avete in tasca, nelle mani del vostro economo!
All’istante furono posti sul tavolo le nostre piccole riserve. Anche se le tasche di qualcuno non si svuotarono del tutto, fu un bel gesto e una grande lezione di vita.

 

 

In viaggio verso Genova, ci fermammo ad Assisi e a La Verna. Queste visite furono entusiasmanti anche se non molto profondamente vissute. Eravamo solo dei giovani frati. Deliziati di poter gestire la nostra vita e destino, anche se con un pizzico di ansia in gola.
Ci godevamo, ci incontravamo uniti e complici come carbonari. Non eravamo più fraticelli qualunque. Ci sentivamo frati del mondo. Entusiasti ed euforici. Una esperienza unica e dolcissima. Una specie di primo giorno di nozze!
A Genova, il 10 novembre ci sentimmo soli e abbandonati. La ‘Anna C’ stava per sciogliere gli ormeggi. Sbrigate le pratiche, salimmo sulla nave che ci doveva portare a Lisbona e sentivamo che la terra natale si allontanava dai nostri piedi.
Soli! Noi, testimoni di noi stessi!
Eravamo rassegnati alla nostra tristezza. Ed ecco, il Provinciale! P. Guglielmo ci diceva che non eravamo orfani! Ci venne la gioia sul viso! Ricordo i due mazzi di carte che ci regalò e furono compagni delle ore della solitudine.
Dall’oblò vidi che la mia cassa fu l’ultima ad essere imbarcata. Il primo giorno fummo invitati dal comandante alla mensa degli ufficiali. Durante il pranzo il rullio della nave aumentò di intensità. Mezz’ora dopo il pranzo cominciò il miserevole spettacolo del vomito. Malattia infettiva! Corsi per rifugiarmi in cabina… Non ce la feci. E anche io mandai il mio pranzo ai pesci!

 

In Portogallo, seconda patria

 

Attraccammo a Lisbona una tarda sera.
Eravamo preoccupati. Sul molo non c’era anima viva. Non avremmo potuto cavarcela da soli, inesperti come eravamo. Infine apparsero due signori che ci guardavano fissi, si avvicinarono e ci salutarono cordialmente con un italiano discreto. Erano due frati francescani portoghesi che erano venuti ad accoglierci su richiesta dei confratelli cappuccini portoghesi che in quel tempo non avevano ancora casa a Lisbona.
Con due taxi ci condussero nella loro casa: un’antica villa ottocentesca intorno a cui avevano costruito il classico convento francescano. Fummo ospitati con delicatezza e carità. Era pronta la cena e ci sedemmo a tavola.
Quella sera cominciammo a sperimentare che S. Francesco è uno solo, vissuto dai frati in una straordinaria multiformità, uniti dallo stesso cingolo e come il più bel broccato di trine e pietre preziose.
Un’allegria dolce e serena e il cattivante sorriso reciproco ci fecero sentire a casa.
Fu solo il primo incontro con i francescani portoghesi. Arrivati in Mozambico e lungo l’arco di 50 anni, questa scena fraterna si sarebbe ripetuta innumerevoli volte, di giorno e di notte, ogni volta che ce ne sarebbe stato bisogno! Grazie fratelli!

 

Un incontro importante avvenne il giorno dopo quando arrivarono le nostre casse. Avevano bisogno di essere rinforzate. La falegnameria del convento fu messa a disposizione. E nella falegnameria un giovane frate mozambicano! Lo assalimmo con un raffica di domande.
Ad un certo punto, come una fucilata, Fra Silvestro gli chiede:
Ma tu ti senti mozambicano o portoghese?
La risposta fu una cannonata secca:
Sono mozambicano! Mozambico è la mia patria!
Oggi quel giovane frate, primo sacerdote mozambicano dell’attuale fase di evangelizzazione, è il Cardinale di Maputo: Alexandre Maria dos Santos!
Il giorno dopo, sistemate le casse sul treno, partimmo per Porto, la seconda città del Portogallo dove ci aspettavano i confratelli cappuccini e la festa della loro ospitalità.
Così cominciò la nostra permanenza in Portogallo e il primo contatto col mondo portoghese. A distanza di 35 anni la sento ancora come la mia seconda patria, la sua lingua ha sostituito la mia e la sua cultura la mia nuova maniera di pensare la vita!

 

Il nostro principale impegno era lo studio della lingua portoghese. A fine corso ci aspettava un esame di lingua portoghese, condizione indispensabile (insieme alla rinuncia alle leggi dello stato italiano) per ottenere il visto di entrata in Mozambico.
Fummo affidati alle cure di Emília Veloso, una insegnante di 72 anni. Una donna che io ho rispettato per tutta la vita. Apparteneva a quella categoria di anime generose che consacrano la vita per il bene dei fratelli; di una delicatezza e finezza da innamorare. Una voce debole, fievole e secca come un amore sacrificato. Diventammo amici fin dal primo giorno. Fummo suoi alunni sino alla fine di febbraio quando entrammo nella diaspora dei vari conventi portoghesi per praticare la lingua e per conoscere un po’ meglio l’animo portoghese.
Il tempo passava in Portogallo scandito dalle lezioni di portoghese e le numerose feste liturgiche del tempo di Avvento: ed era un grande avvento per noi!
Il giorno dell’Immacolata conoscemmo il convento di Barcelos: sede del noviziato cappuccino, dove, prima di Natale si trasferirono P. Giocondo e fra Silvestro per associarsi alla fraternità di formazione.

 

Natale! Nostalgia per quelli passati in Italia! Nostalgia per quelli che avremmo vissuto in Mozambico!
E già!… Quelli da vivere in Mozambico!
Nostalgia al futuro fu la macedonia di fine pranzo fatta di banane, ananas, mango e papaia! Mangiandola pezzo a pezzo, quel giorno l’Africa ci sorprese, ci fece trasalire! Come il bacio del primo amore! E non si ripeté più nella mia vita! Seppi quel giorno cos’era il mal d’Africa! Non finirà più! Neanche con la morte! Quella sorpresa colorò di gaudio e di fiducia la nostra nostalgia per un futuro che stava per cominciare!

 

A febbraio si aggiunsero a noi sei cappuccini veneti, destinati alla loro missione in Angola. La loro provincia aveva una lunga esperienza missionaria in Africa. La loro missione in Angola era ben avviata. Fummo felici per il loro arrivo. Erano dei bravi frati. Simili a noi, pieni di entusiasmo e di buona disposizione. Facemmo tesoro delle loro conoscenze africane, ci sfidammo in chilometrici racconti di barzellette, e giocate a carte. Roba che solo giovani frati cappuccini missionari… gettati allo sbaraglio, possono fare!

 

Il più bel ricordo della Pasqua in Portogallo me lo ha lasciato Emília Veloso, la nostra insegnante. Quando a pomeriggio venne in convento per farci gli auguri, si sedette e aprì un pacchetto come si apre un sacrario mentre diceva che di più non poteva, essendo povera. Ma più povera era la sua amica che glielo aveva consegnato: una donna consumata dal cancro che voleva far felici dei missionari lontani dalla loro terra. Con i suoi dolci, prima della sua morte, voleva darci un po’ di calore di madri e sorelle lontane! Grazie!
Una settimana dopo ricordavamo le due donne in pieno oceano, mentre la nave ci portava ancora più lontano, ringraziando Emília per la lingua che ci aveva insegnato a parlare e la signora che moriva di tumore per il suo gesto concreto di amore femminile per missionari che venivano da lontano!

 

Partenza per l ’Africa


Il 27 marzo 1951, martedì dopo Pasqua, partimmo da Porto per Lisbona. Ci fermammo a Fatima.
Nella Cappellina cantammo la Missa Te Deum di Lorenzo Perosi e consacrammo la nostra
futura Missione della Zambézia Inferiore a Nossa Senhora de Fatima. Affidammo la nostra vita e il nostro lavoro a Lei, la Madre.
Una celebrazione semplice, serena, profondamente sentita! Tutti uniti e stretti in un abbraccio di ebbrezza giovanile! Davanti alla Madonna crollarono tutti i ponti che ci legavano al nostro passato!
Quelle ore per me durarono 35 anni!… Tanto quanto durò l’amplesso duro e dolcissimo dell’Africa alla mia vita!
La sera prima di imbarcare andammo al porto per vedere la nave che ci avrebbe portato in Mozambico.
Ancora oggi sento là, in fondo a me, le sensazioni e… quel tonfo!… Partire per la MISSIONE!
Sono passati tre anni dal mio ritorno definitivo (il corpo non reggeva più alla fatica), ma le emozioni palpitano dentro!
Allora mi domandavo cosa sarebbe stata per me la Missione. Oggi mi domando cosa è stata per me la Missione…
Una grande, dannata malia! Come la chiamata di Dio ad un giovane cuore per seguirlo dietro le orme di Cristo!
Dio! Il grande ladro!

 

Il 10 aprile imbarcammo sulla nave ‘Imperio’, al suo diciassettesimo (!) viaggio. Ci sbarcò a Beira, seconda città del Mozambico, sede episcopale della grande diocesi dove era situata la nostra Missione della Zambézia Inferiore.

 

Era il 5 maggio 1951!

 

(secondo i ricordi più sicuri degli altri missionari era il 04.05.1951)

 

Quel giorno fu fissato da tutti noi come il giorno di apertura della nostra Missione poiché in quel giorno baciammo la terra della nostra Diocesi e il suo Vescovo.
Oddio! realmente il Vescovo era in Brasile. Ma tutto avvenne nella persona del suo Vicario Generale che ci ricevette e accolse come missionari.
Per varie ragioni, arrivammo a Quelimane in due gruppi.
Fra Giuseppe, P. Renato e P. Giocondo ripartirono per Quelimane la stessa sera con la nave ‘Zambézia’; gli altri, fra Pasquale, fra Silvestro, P. Marcello, P. Pompilio e P. Anselmo fecero il viaggio la mattina dopo con un aereo Dakota.
Alle due del pomeriggio del giorno 6 maggio il gruppo si ricompattò nella casa di Coalane dei Cappuccini di Trento, antica missione nei sobborghi di Quelimane, dove essi erano arrivati quattro anni prima. E fu festa!

 

L’ abbraccio dell’ Africa eterna

 

A Coalane ebbi la percezione dell’eternità dell’Africa!
La vecchia Chiesa fatiscente, le tele ad olio degli angeli sull’altare maggiore, a cui era dedicata l’antica missione; i muri tutti antichi, la muffa della vecchia Africa che poi avrei ritrovato tante volte dove l’Africa era vissuta più di cento volte; le altissime palme da cocco, il dondolio del loro fusto e chioma al vento gagliardo dei monsoni; i vecchi cristiani che frequentavano la chiesa, i loro bimbi svegli, precoci e innocenti……
Coalane sembrava fosse piantata là, prima che la stessa Africa fosse esistita!…..
L’odore acre della terra africana che avremmo respirato per la maggior parte della nostra vita, entrava poderosa e inebriante nell’anima, nel cuore!
L’aria pizzicava, gradita!

 

 


Il tonfo pesante che accompagna il tramonto! Il gracidare notturno di rane e rospi negli acquitrini! Il rullare dei tamburi, inebriante e delizioso!… Tutto era lì ad attenderci da anni infiniti, da tutta la notte dei tempi!

 

In quei giorni capimmo che eravamo nati per la seconda volta, ad una nuova vita!…
E fummo avvolti dall’abbraccio forte dell’Africa eterna che avviluppa, stringe e non ti molla più! Penetra fino in fondo alle ossa, al cuore; scioglie tutti i pensieri, ti fa africano, anche se non lo sai!
Ti entra così quell’amara e dolce e deliziosa “carogna” che è l’Africa!
…E te la porti fin oltre la tomba!

 

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